Le facce sono le stesse di vent’anni fa. Ma proprio le stesse!
Altre persone ad indossarle, certo, ma le stesse identiche facce. Negli stessi contesti.
Il rosso che entra trafelato perché deve riprendere alcuni appunti di cui torna a sfuggirgli il contenuto; le chiacchiere dei meridionali che riempiono il parchetto nella pausa pranzo, con la lezione delle 14 che incombe su pensieri e digestione; l’attesa inquieta, con il libro sulle gambe e le pagine in testa, di fronte ad una porta muta; l’allegria non spensierata di chi deve rinunciare al sole per studiare, ma che in fondo ha uno scopo che lo guida, un esame da passare, un professore su cui prendersi la rivincita, un teorema di cui contemplare l’arcano mistico elencandone i cavilli tecnici.
E poi i corridoi austeri dove il Sapere si respira ma non traspare, le bacheche tappezzate di copertine sbiadite, i Cassano sugli armadietti scassati, le tracce di citofoni fossili, i numeri di fax negli orari di ricevimento di fianco a cognomi ormai nella memoria di troppi.
E poi ci sono davvero le stesse persone, però con facce un po’ diverse. Alla cassa del bar, la Giordana che dispensa pillole di filosofia e battute incomprese, il sorriso storpiato da un tic che si ripete ad ogni scontrino strappato; ai panini il venezuelano il cui lavoro trova compimento nell’abilità di alternare efficacemente le richieste dei clienti alle tempistiche delle piastre elettriche; ai caffè, il barista bolognese che osserva le dinamiche tra i clienti abituali, con la barba che cresce e si imbianca davanti ad occhi sempre diversi.
E poi l’aula 1.3, dove due mondi si sono incontrati il 25 Marzo di 15 anni fa, quando una delegazione scombinata di anime cagliesi ha poggiato le chiappe su quelle panche scricchiolanti per ascoltare me, capendo praticamente nulla di una esposizione molto tecnica, per quanto corredata di tabelle e grafici riassuntivi su cui avevo perso le notti negli ultimi mesi.
Il loro senso di estraneità a quel mondo non era così diverso dal mio, con la differenza che loro se ne sarebbero liberati nel cercare la strada del ritorno, mentre io me lo sarei tenuto ancora altri anni, almeno dieci, accompagnandolo con un forte senso di smarrimento, ora che non avevo più un esame da passare, una laurea da ottenere, un compito da svolgere.
Commenti recenti