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Abbiamo bisogno di contadini,

         di poeti, gente che sa fare il pane,

         che ama gli alberi e riconosce il vento.

         Più che l’anno della crescita,

         ci vorrebbe l’anno dell’attenzione.

         Attenzione a chi cade, al sole che nasce

         e che muore, ai ragazzi che crescono,

         attenzione anche a un semplice lampione,

         a un muro scrostato.

         Oggi essere rivoluzionari significa togliere

         più che aggiungere, rallentare più che accelerare,

         significa dare valore al silenzio, alla luce,

         alla fragilità, alla dolcezza.

Io sono la parte invisibile

         del mio sguardo,

         l’entroterra

         dei miei occhi.

Non servono

         i mestieranti dello sdegno,

         i mercanti del frastuono.

         Per raccontare certi luoghi ci vogliono la poesia,

         il teatro, il canto.

Il tiglio di Rocca San Felice

         non è al centro della piazza,

         è la piazza stessa.

         Fuori dalla sua ombra

         il paese è già periferia.

Noi che senza esporci a niente

         continuamente cerchiamo ripari.

Spesso gli uomini si ammalano

per essere aiutati.

Allora bisogna aiutarli prima che si ammalino.

Salutare un vecchio non è gentilezza,

è un progetto di sviluppo locale.

Camminare all’aperto è vedere

le cose che stanno fuori.

Ogni cosa ha bisogno di essere vista,

anche una vecchia conca piena di terra,

una piccola catasta di legna

davanti alla porta, un cane zoppo.

Quando guardiamo con clemenza

facciamo piccole feste silenziose,

come se fosse il compleanno di un balcone,

l’onomastico di una rosa.

Al mio paese, accanto al cimitero,

c’è il vecchio campo di calcio.

Oggi mentre camminavo ho pensato

che potevo prendere un morto alla volta

e fargli fare un giro di campo.

Ho cominciato con mia madre:

le piaceva stare al sole, mi ha chiesto

di avere un coltello

per raccogliere un poco di verdura.

Poi mi sono fatto un giro con Nicola il barbiere,

non ha detto nemmeno una parola,

era sorpreso che fra tanti morti

avessi pensato a lui.

Per ultimo ho preso per mano Tonino De Carlo,

abbiamo parlato come sempre

del suo vecchio amore,

la figlia del macellaio.

Tonino era smanioso come fu da vivo:

mi ha detto di andare più piano

che non voleva sudare.

La prima volta non fu quando ci spogliammo

ma qualche giorno prima,

mentre parlavi sotto un albero.

Sentivo zone lontane del mio corpo

che tornavano a casa.

Si va in giro per piccole storie,

incerte mete,

intimità provvisorie.

Alcune donne hanno gesti assoluti,

dolcezze furibonde.

E poi c’è la forma dei capezzoli,

la luce delle costole,

la voce,

il desiderio che squarcia i polsi.

Io entro in te

mentre l’universo si rovescia nel vuoto

e un piccolo fungo nasce su una mela.

Sono attimi senza recinti.

Ascoltami, c’è voluto

mezzo secolo di vento

per mettere insieme

quello che ti sto

dicendo.

Neppure il tuo abbraccio è un luogo

in cui fermarsi.

Ancora non si è sciolta la neve

dell’infanzia,

proseguo la mia fuga.

Non mi sono curato

nessuna malattia, sono tutte qui con me

assieme a questa contentezza

che mi visita ogni tanto e poi va via.

Chiamatela poesia.

Lettera a Livio

Ti voglio dedicare una poesia

adesso che sono vivo

e posso vederti, posso abbracciarti.

Tu non mi fai recintare la luce,

non mi fai dire cose già concluse.

A volte mi chiedo

che amicizia sarebbe la nostra

se tu non fossi mio figlio.

Ti scrivo per dirti

che il mio amore per te è scandaloso

e voglio che sia chiaro a tutti,

voglio che sia detto senza reticenza.

Io ti dono questo mio stare sparso

e conficcato dentro uno spavento

che non passa.

Averti vicino è un soffio di bene,

è qualcosa di più

della paura che abbiamo in ogni cuore.

Come fai a essere così forte

tu che sei figlio di un tremore?

Tutto viene da mia madre,

dal suo perenne sgomento,

come se la vita non fosse

mai veramente possibile,

come se bastasse un cenno

a sparpagliare nel nulla le membra.

Io ho preso nell’infanzia

questo sentimento

come si prende una radiazione

e ora ogni mio respiro è l’ossigeno

del timore, la sua lenta

o improvvisa combustione.

Poco fa sentivo il cuore di mia moglie

sulla mia guancia.

Il cuore di mia moglie

è una cesta dove dormono i gatti,

un forno dove lievitano

le crostate.

Il cuore di mia moglie

è una luminosa chiesa di campagna,

un arcobaleno posato

sui campi.