Coazione a produrre
I riti si lasciano definire nei termini di tecniche simboliche dell’accasamento: essi trasformano l’essere-nel-mondo in un essere-a-casa, fanno del mondo un posto affidabile. Essi sono nel tempo ciò che la casa è nello spazio. Rendono il tempo abitabile, anzi lo rendono calpestabile come una casa. Riordinano il tempo, lo aggiustano.
Nel quadro rituale, le cose non vengono consumate o spese, bensí usate – cosí possono anche invecchiare. In preda alla coazione a produrre ci rapportiamo alle cose e al mondo non come utilizzatori, bensí come consumatori. Di ritorno, le cose e il mondo consumano noi.
Mentte la percezione simbolica è intensiva, la percezione seriale è estensiva, e per via della sua estensità porta con sé un’attenzione piatta. L’intensità, al giorno d’oggi, cede ovunque il passo all’estensità. La comunicazione digitale è una comunicazione estensiva: non produce relazioni, solo connessioni. Il regime neoliberale forza la percezione seriale e rafforza l’attitudine al seriale. Cancella consapevolmente la durata per costringere a un maggior consumo. Il costante update, che è arrivato a riguardare tutti gli ambiti della vita, non consente alcuna durata, alcuna conclusione. La coazione permanente a produrre conduce a un disaccasamento (Enthausung), che rende la vita piú contingente, effimera e incostante, mentre l’abitare necessita della durata.
Secondo Kierkegaard, “è solo il nuovo ad annoiare”, il vecchio “è il pane quotidiano che nutre in abbondanza”. Rende felici: “Felice davvero sarà soltanto chi non inganna se stesso fantasticando che la ripetizione debba essere una novità”.
Il pane quotidiano non stimola, gli stimoli sbiadiscono in fretta. La ripetizione scopre l’intensità in ciò che è privo di stimoli, nel non appariscente, nell’insipido. Chi invece si aspetta sempre qualcosa di nuovo, di eccitante, perde di vista ciò che è già lí. Il senso, quindi la via, è ripetibile. Non ci si stanca mai della via.
A caccia di nuovi stimoli, eccitazioni ed esperienze oggi perdiamo la capacità di ripetere. Nei dispositivi neoliberali come l’autenticità, l’innovazione o la creatività è insita una coercizione permanente verso il nuovo. Ma, in fin dei conti, essi producono solo variazioni dell’Eguale. Il vecchio, ciò che è stato, che permette una ripetizione appagante, viene rimosso in quanto si contrappone alla logica proliferante della produzione. Le ripetizioni tuttavia stabilizzano la vita, il loro tratto essenziale è l’accasamento.
Il “vivere intenso” come da pubblicità del regime neoliberista altro non è che un consumo intenso. Dinanzi all’illusione del “vivere intenso” bisogna riflettere su un’altra modalità di vita, piú intensa dell’incessante consumare e comunicare.
Oggi la comunicazione digitale si orienta sempre piú verso una comunicazione senza comunità. Il regime neoliberista forza la comunicazione senza comunità isolando ciascuno e facendolo diventare produttore di se stesso. Produrre viene dal verbo latino producere, che significa esibire, rendere visibile. La parola francese produire possiede ancora il significato di presentare. Se produire significa esibirsi. L’espressione colloquiale tedesca sich produzieren risale probabilmente alla medesima etimologia. Oggi “ci produciamo” dappertutto e in modo compulsivo, per esempio sui social network. Il sociale viene del tutto subordinato alla produzione di sé. Ognuno produce se stesso per ottenere maggiore attenzione.
La coazione a produrre trascina con sé la coazione a essere performanti e la performance si differenzia in chiave libidico-economica dal lavoro: nel caso del lavoro, l’Io non deve stare al centro; al contrario, nella performance, nella prestazione, l’Io si rapporta solo a se stesso, non produce un oggetto bensí si produce. Chi è assorbito dalla libido oggettuale non produce se stesso, si spende. È l’autoreferenzialità narcisistica a costituire la prestazione. La libido dell’Io domina il soggetto performante. Maggiore la sua prestazione, maggiore l’Ego che conquista.
Anche Roland Barthes pensa i riti e le cerimonie a partire dall’accasamento. Essi ci proteggono dagli abissi dell’essere: “La cerimonia […] protegge come una casa: rende il sentimento abitabile. Un esempio è il lutto”. La cerimonia funebre si stende come una vernice protettiva sulla pelle e la isola dalle tremende bruciature del lutto dinanzi alla morte di una persona amata.
Coazione all’autenticità
La società dell’autenticità è una società della performance. Ciascuno esibisce se stesso. Ciascuno produce se stesso. Ciascuno si consacra al culto, alla funzione religiosa di se stesso, fungendo da proprio sacerdote.
Nella società dell’autenticità le azioni sono guidate dall’interno, motivate psicologicamente, mentre nella società rituale sono le forme d’interazione esternalizzate a caratterizzarle. I riti oggettivano il mondo, strutturano un rapporto con il mondo. La coazione all’autenticità, al contrario, rende tutto soggettivo, e in tal modo accentua il narcisismo. Oggi i disturbi narcisistici aumentano perché perdiamo sempre piú la capacità di condurre le relazioni sociali oltre i confini del sé. L’homo psychologicus narcisistico è prigioniero in se stesso, nella propria ingarbugliata interiorità. La sua povertà di mondo lo fa semplicemente girare su se stesso, cosí cade in depressione.
Rituali di chiusura
Oggi persino la percezione, che salta da una sensazione all’altra, è incapace di chiudere. Solo un indugiare contemplativo è capace di farlo: chiudere gli occhi è il simbolo della chiusura contemplativa, ma il flusso pressante delle immagini e delle informazioni rende impossibile questa azione. Senza la negatività della chiusura si giunge a un’addizione e a un accumulo infiniti dell’Eguale, a un eccesso di positività, a una proliferazione adiposa dell’informazione e della comunicazione. Negli spazi dotati di infinite possibilità di accesso, la conclusione diventa impossibile.
Il regime neoliberista abolisce le forme di chiusura e conclusione per aumentare la produttività. Anche il noi, capace di un agire collettivo, sarebbe una forma di chiusura, tuttavia oggi si riduce agli Ego imprenditori di se stessi che si sfruttano da soli. Si smantellano anche i legami, in quanto forme di chiusura; la flessibilità viene imposta attraverso una distruzione senza scrupoli del legame: il soggetto di prestazione isolato sfrutta se stesso al meglio tenendosi pronto a qualsiasi cosa, essendo cioè flessibile.
Il costante aumento delle aspettative, cosí che qualsiasi comportamento non venga mai visto come soddisfacente, si accompagna all’incapacità di portare qualcosa a conclusione. Si evita cosí il senso di aver raggiunto un obiettivo poiché in tal modo l’esperienza stessa verrebbe oggettivata, assumerebbe una sagoma, una forma, e avrebbe una tenuta indipendente da sé […]. La continuità del sé, l’impossibilità di chiudere e concludere tipica dei suoi moti, sono un tratto essenziale del narcisismo.
L’eccesso dell’apertura e dell’abbattimento dei confini si propaga a tutti i livelli della società, è l’imperativo del neoliberismo. Anche la globalizzazione elimina tutte le strutture chiuse allo scopo di accelerare la circolazione del capitale, delle merci e delle informazioni. Essa abbatte i confini del mondo, lo de-localizza e lo rende un mercato globale. Il luogo è una forma di chiusura. Il mercato globale è un no-luogo [Un-Ort, da non confondere col non lieu di Marc Augé, n.d.t.]. Anche la connessione digitale abolisce il luogo. La rete è parimenti un no-luogo,
La coscienza collettiva crea una comunità senza comunicazione.
Non bisogna tuttavia dimenticare che non solo la negatività della chiusura totale, bensí anche la positività dell’apertura eccessiva è violenza che provoca una risposta violenta.
I riti di passaggio, rites de passage, strutturano la vita come le stagioni. Chi varca una soglia conclude una fase della vita ed entra in una nuova. Le soglie, come passaggi, ritmano, articolano e raccontano proprio lo spazio e il tempo, rendono possibile una profonda esperienza dell’ordine. Sono, le soglie, passaggi temporalmente intensi, che oggi vengono abbattuti a favore di una comunicazione e di una produzione accelerate, prive di fratture. In tal modo c’impoveriamo di spazio e di tempo: nel tentativo di produrre piú spazio e piú tempo, finiamo per perderli. Essi perdono il linguaggio e ammutoliscono. Le soglie parlano. Le soglie trasformano. Oltre la soglia c’è l’Altro, l’Estraneo. Senza la fantasia della soglia, senza la magia della soglia, esiste solo l’inferno dell’Eguale.
Festa e religione
Le celebrazioni o i festival odierni hanno ben poco a che spartire con quel tempo elevato. Sono oggetto di un management di eventi. L’evento come forma di consumo della festa rivela una struttura temporale molto diversa, come si deduce dalla parola latina eventus, che significa “sbucato fuori all’improvviso”. La sua temporalità è l’eventualità. È casuale, arbitrario e non vincolante. I riti e le feste sono però tutt’altro che eventuali e non vincolanti. L’eventualità è la temporalità dell’odierna società dell’evento. Si contrappone all’aspetto legante e vincolante della festa. Al contrario della festa, gli eventi non creano una comunità. Essi sono manifestazioni di massa, e le masse non creano una comunità.
L‘impero dei segni
Schiacciati dalla coazione a lavorare e a produrre, disimpariamo sempre piú come si fa a giocare. Anche della lingua facciamo un uso giocoso sempre piú rado, la facciamo solo lavorare. In questo modo essa viene costretta a trasmettere informazioni o a produrre senso e, cosí facendo, non abbiamo accesso a forme che risplendono in sé e per sé: la lingua, quale medium di informazioni, non sfoggia alcuno splendore, non seduce. Anche le poesie sono rigide strutture formali che splendono per sé. Spesso non comunicano nulla; le caratterizza l’esuberanza, il lusso dei significanti, e noi godiamo soprattutto della loro perfezione formale. Nelle poesie, la lingua gioca – ecco perché oggi non leggiamo quasi piú poesie. Le poesie sono magiche cerimonie della lingua.
Oggi viviamo in una cultura del significato che toglie ai significanti la forma considerandola qualcosa di puramente esteriore rispetto a essi, una cultura avversa al godimento e all’estetica.
L’esuberanza del significante caratterizza anche i riti. Roland Barthes idealizza cosí il ritualizzatissimo Giappone elevandolo a impero dei segni, a impero cerimoniale dei significanti. Anche le poesie brevi giapponesi, gli haiku, sono determinate da un’esuberanza del significante, danno poco peso al significato. Non comunicano nulla; sono un mero gioco con la lingua, con i significanti, e non producono senso. Gli haiku sono cerimonie della lingua.
L’haiku non è un pensiero ricco ridotto a una forma breve, ma un evento breve che trova tutt’a un tratto la sua forma esatta.
L’haiku è dominato da severe regole del gioco, per cui non si lascia di fatto tradurre in un’altra lingua. Le forme proprie della lingua giapponese resistono a qualsiasi forma traduttiva.
Nello stagno antico
si tuffa una rana:
eco dell’acqua
Un intenso formalismo, estetismo, che si lascia generalizzare quale tratto fondamentale dei riti, domina anche le prassi piú quotidiane in Giappone, come incartare qualcosa, per esempio – i giapponesi trasformano qualsiasi inezia in uno splendido involucro. Per Roland Barthes la particolarità del pacchetto giapponese consiste nel fatto “che la futilità della cosa contenuta è spropositata al lusso dell’involucro”. Espresso in termini semiotici: il significante (l’involucro) conta piú di quel che indica, cioè il significato, il contenuto. Il magnifico significante procrastina la scoperta del significato, che probabilmente è irrilevante. Esso splende per sé, a prescindere dalla verità, dalla cosa che contiene: “Ciò che i giapponesi trasportano, con energia formicolante, non sono altro in definitiva che dei segni vuoti”8. La liturgia del vuoto pone fine all’economia capitalistica della merce.
L’impero dei segni può anche fare a meno di un significato morale. È dominato non dalla legge ma da regole, da significanti senza significato. La società rituale è una società delle regole, retta non dalla virtú o dalla coscienza, bensí da una passione per le regole. Al contrario della legge morale, le regole non vengono interiorizzate, vengono solo seguite. La morale presuppone un’anima, una persona che lavori al proprio perfezionamento. E piú avanza sulla via morale, piú acquista rispetto per se stessa. A tale interiorità narcisistica manca del tutto l’etica della cortesia.
La regola scaturisce da un’intesa, si forma mediante un concatenamento immanente di segni arbitrari, ed è quindi priva di una verità profonda, di trascendenza, non possiede un fondamento metafisico o teologico. La legge presuppone invece un’istanza trascendente, come dio, capace di imporre costrizioni o emanare divieti.
Per riuscire a cogliere l’intensità della forma rituale bisogna senz’altro liberarsi dall’idea che ogni nostra felicità derivi dalla natura, che ogni nostro godimento derivi dalla soddisfazione di un desiderio. Il gioco, la sfera del gioco ci rivela al contrario la passione della regola, la vertigine della regola, la potenza che deriva da un cerimoniale, e non da un desiderio.
Il capitalismo si fonda sull’economia del desiderio. Per questo non è compatibile con la società rituale.
La cortesia come forma rituale è senza cuore e anche senza desiderio. È piú arte che morale.
Oggi si moralizza senza sosta, incessantemente, ma allo stesso tempo la società s’abbrutisce sempre piú. La buona educazione scompare, giacché il culto dell’autenticità la disdegna.
Dalla seduzione al porno
La seduzione può fare a meno del sesso – nel Diario del seduttore di Kierkegaard, per esempio, il sesso è del tutto assente. L’atto sessuale, del quale non si parla espressamente neanche una volta, ha un ruolo minoritario nella drammaturgia della seduzione. La seduzione è un gioco, rientra nell’ordine del rituale. Il sesso invece è una funzione, rientra nell’ordine del naturale.
In quanto duello, la seduzione implica un approccio ludico al potere. Nel farlo bisogna prendere le distanze dall’idea comune che il potere sia sottomissione, qualcosa di negativo o crudele. Il potere non è solo repressivo, ma anche seduttivo, erotico. È la reciprocità a caratterizzare il gioco col potere. Cosí Foucault interpreta il potere da una prospettiva di economia del piacere:
Il potere non è il male. Il potere significa giochi strategici. Sappiamo bene che il potere non è il male! Prendiamo, per esempio, le relazioni sessuali o d’amore. Esercitare il potere sull’altro, in una specie di gioco strategico aperto, in cui le cose potranno essere ribaltate, non è il male; fa parte dell’amore, della passione, del piacere sessuale.
La seduzione presuppone una distanza scenica, giocosa, che mi allontana dalla mia psicologia. Già l’intimità dell’amore abbandona l’ambito della seduzione, essa segna la fine del gioco e l’inizio della psicologia, della confessione. Non si fida delle scene. L’erotismo come seduzione è qualcosa di diverso dall’intimità dell’amore, nell’intimità si perde il carattere ludico. La seduzione scaturisce dall’estimità, dall’esteriorità dell’Altro, un’esteriorità che si sottrae all’intimo. È la fantasia per l’Altro a essere costitutiva della seduzione.
Il porno sigilla la fine della seduzione: in esso, l’Altro è del tutto eliminato. Il piacere pornografico è narcisistico, deriva dal consumo immediato dell’oggetto esposto senza protezioni. Oggi persino l’anima, oltre al sesso, viene denudata. La perdita di qualsiasi propensione all’illusorio, al teatrale, al ludico, all’attoriale, rappresenta il trionfo della pornografia.
Il porno è una manifestazione della trasparenza. L’epoca della pornografia è quella dell’univocità.
Baudrillard riconduce la coazione a eiaculare alla coazione a produrre:
Noi ci dimostriamo ancora incapaci di comprendere, e anzi siamo quasi inclini a compiangere quelle culture per cui l’atto sessuale non è fine a se stesso, e la sessualità non ha la serietà mortale di un’energia da liberare, di una eiaculazione obbligata, di una produzione a tutti i costi, di una contabilità igienica del corpo. Culture che preservano lunghi processi di seduzione e di sensualità, e dove la sessualità è un servizio fra gli altri, una lunga procedura di doni dati e ricevuti, dove l’atto amoroso è soltanto il termine eventuale di questa reciprocità scandita da un rituale ineluttabile.
Oggi viviamo in un tempo post-sessuale. L’eccesso di visibilità, la sovrapproduzione pornografica del sesso, rappresenta la sua fine. Il porno distrugge la sessualità e l’erotismo con maggiore efficacia della morale e della repressione.
Non è la negatività del divieto a distruggere la sessualità, bensí la positività della sovrapproduzione: è l’eccesso di positività a caratterizzare la patologia della società contemporanea. Non è il troppo poco ma il troppo a farla ammalare.
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