Se è vero che i nomi sono una convenzione, per me questa quercia si chiama Tommaso.
Perché li ho incontrati lo stesso giorno, ed entrambi erano lì, sul ciglio della strada. Una ferma ad osservare le auto che passano mentre le sue radici affondano nella terra per poter saldamente ruotare con essa; l’altro in cammino scomposto, con il pollice sporco e la speranza malridotta che si protendono verso le stesse auto, cercando di riprendere il ritmo di un mondo che non gira in sintonia con lui.
Entrambi sotto un cielo plumbeo nel quale le nubi faticano a diradarsi e rimangono lì a pesare anche quando alcuni raggi ne rivelano l’inconsistenza.
Più di ogni altra cosa, due tratti fisici accomunano questi atomi che da oggi faranno parte del mio universo. Il primo è la chioma fitta, inestricabile, ricca. Fresca e frusciante quella che proietta la sua ombra circolare sul camminamento che le fa da tangente. Logora e stoppacciosa quella che racchiude un’ombra perenne, non curante della presenza di un ipotetico sole. Il secondo è uno sfregio che portano con sè: una corteccia leggermente imbrattata da una bomboletta incosciente, un corpo pesantemente martoriato da una vita sofferta.
E’ che lui le radici credeva di averle piantate: una moglie, una figlia, un lavoro come chef. Anche se la parola chef pronunciata da lui sa di piatti sporchi e olio di bassa qualità, in una Londra della quale rimane tanta puzza di fumo nei vestiti ma uno scarso accento nella parlata. E poi quella Londra era lontana e la sua compagna di vita si è smarrita nel tragitto, mentre la figlia ha messo ormai trenta anelli nel suo tronco, e quando ne parla lui piange. Forse perché si accorge ora di non averla conosciuta. O forse perché anche lui, come tutti, è figlio. Per di più, è il maggiore di tanti fratelli, ed ora ha bisogno di ciascuno di loro.
E oggi ha bisogno anche di me, nel momento in cui, lercio e ciondolante, mi vede passargli accanto, nel punto in assoluto più pericoloso lungo i 620 km che ho percorso quel giorno. Inizialmente, faccio un cenno evasivo per giustificare la mia indifferenza, poi penso che se sono partito con ore di anticipo e mi sono perso lungo statali che si smatassano nel cuore antico e rurale dell’Italia è proprio per lui! Ovvero per situazioni come questa, inattesa ma sperata, imprevedibile ma preventivata.
E allora sono pronto per questo fuori pista di qualche quarto d’ora e qualche scaldata di cuore che mi porta in un paesino che non ho ancora mai visto, in una casa il cui antico focolare forse non è ancora spento. E la puntura di cortisone che il fratello minore bestemmiando somministra a quello con il blocco renale causato da mali innominabili è come un pezzetto di legna buttato su per alimentare ancora quel focolare. Un pezzetto di legna. Magari un pezzetto di quercia, con quella stessa chioma, un pezzetto di Tommaso.
I protagonisti
Identikit dell'albero
| Identità | 001/L273/FG/16 |
| Regione | Puglia |
| Provincia | Foggia |
| Comune | Torremaggiore |
| Località | via Luigi Enaudi |
| Latitudine | 41.69104 |
| Longitudine | 15.30698 |
| Quota | 115 m slm |
| Genere | Quercus |
| Specie | Quercus Ilex L. |
| Nome volgare | Leccio |
| Contesto | Urbano |
| Altezza | 15 m |
| Circonferenza | 350 cm |
| Criteri | Età |
| Circonferenza | |
| Altezza | |
| Ampiezza | |
| Forma o portamento | |
| Valore ecologico | |
| Rarità botanica | |
| Architettura vegetale | |
| Valore paesaggistico | |
| Valore storico |
Tommaso è un ragazzone (55 anni) improvvisatosi autostoppista a 15 km da casa, nei pressi di Lanciano. Dopo 15 giorni in ospedale a causa di “reni incrostati” Tommaso si concede una domenica al bar con gli amici ma il riacutizzarsi del dolore gli impone di anticipare il rientro a casa in un momento in cui (forse mai?) nessuno è disposto ad accompagnarlo.
Mi dice “sei un signore” e forse (lo spero) il mio gesto gratuito contribuisce a dargli una piccola iniezione di fiducia. Ma quando lo lascio davanti al casolare di campagna del fratello non si può permettere di offrirmi nemmeno un caffè, perchè la sua attenzione si sposta tutta sul tentativo di rabbonire il familiare che evidentemente non è contento di vederlo, o comunque non tranquillo.
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