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“Gradevole conversazione”. E’ questo il commento più ricorrente che la 24enne dai lunghi capelli ramati ha più spesso ricevuto dai suoi autisti occasionali su Blablacar. “Ragazza cordiale”…e…”educata”…e…”puntuale”…e…”gentile”…e… eccchepppalle! ho pensato io all’idea di doverla accompagnare dalle Marche alla Campania, predisgustando 530 km di convenevoli, discorsi preimpostati, frasi mutuate e opinioni impersonali.

La foto del profilo, un primo piano ben impostato, mostra una bella ragazza dal volto leonino con lo sguardo fisso e determinato sull’interlocutore. Le sopracciglia curate, le labbra piene (al limite della naturalezza) e la luce intensa che le dinamizza i capelli ne preannunciano una presenza scenica importante, forse ingombrante, capace certo di suscitare ben altro che indifferenza.

Ma il timore reverenziale col quale avrei subìto la sua avvenenza molesta e provocante stride fortemente con la monotonia evocata da quelle frasi così corrette nei suoi confronti, col risultato che mi sento già annoiato e svogliato ancora prima di partire. Forse non avrei avuto nemmeno voglia di parlare di me, cosa che riempie pressoché tutti gli spazi sconosciuti che esistono tra me e i non-me. Di certo, cosa che mi scocciava ancor di più, non sarei riuscito ad essere convincente nella mia scelta di evitare il più possibile la noiosità delle autostrade, riducendomi quindi a percorrerle fino in fondo solo per non correre il rischio di voler sembrare alternativo yeah yeah per presunta fighetteria e piacioneria. Insomma, ore di viaggio nell’imbarazzo di dover distinguere ciò che sembra da figo da ciò in cui ti senti figo, perché al cospetto di una bella viaggiatrice solitaria intimamente seduta nel posto passeggero della tua auto, qualunque parola, gesto, sguardo, silenzio che non sia ordinario e codificato rischia di essere indiscreto, aggressivo, opportunista, voluttuoso, violento.

E nemmeno avrei potuto chiederle di cantare canzoni a squarciagola con la musica nelle cuffie, così come fatto altre volte con altri viandanti, perché sarebbe parso di volerla trascinare in una follia che solo persone intime possono condividere. Come farle invece capire che durante quel viaggio, e solo durante quel viaggio, noi avremmo potuto raggiungere una intimità profonda, naturale, insospettabile? Diversa dall’affiatamento che hanno due innamorati, dalla confidenza di due familiari e dal cameratismo di due amici; una intimità che coglie quell’attimo di nudità prima che ognuno indossi i propri vestiti, le proprie uniformi. Perché non sappiamo nulla uno dell’altro, non ci sono aspettative altrui nel nostro bagaglio, né pregiudizi su chi si è per ciò che si fa o si è fatto, non ci sono percorsi da seguire solo perché ormai li si è imboccati, non ci sono muri di cinta dei propri spazi personali. Possiamo davvero essere completamente nudi, essenziali, asciutti!

<< Davvero non so come fare a farglielo capire! >>   mi ripetevo quando nel ritardo accumulato per salutare la mia gatta ho pilotato la macchina davanti al punto di incontro piuttosto che sotto i rulli del lavaggio per la pucciatina semestrale (operazione che peraltro avrebbe messo ben in vista i numerosi e grossolani difetti di carrozzeria che mi hanno molto incoraggiato a comprare quell’auto).

<< Davvero non so come ha fatto a capirlo! >>    mi sono detto invece quando dopo due ore ci trovavamo sulle sponde di un fiume ignoto a condividere la peperonata da me preparate la sera prima con amore ignaro, mentre si tiravano sassi da una regione all’altra scavalcando il confine fluviale (metafora ed emblema evidente che i confini sono necessariamente mutevoli e convenzionali).

<< Davvero non so come ha fatto a capirlo! >>    mi sono ripetuto dopo mezz’ora, quando lei, a distanza di 10 anni dall’inizio del suo primo ed unico fidanzamento ancora fedele ma ormai noioso e non più felice, ha rivelato a me e ammesso a sé stessa di avere avuto delle fantasie omosessuali, che magarichissàforse vorrebbe realizzare in futuro! Al ché io ho chiesto la gentilezza di poter prenotare un posto per tale ipotetico accadimento, seppur in maniera goffa perché il cuore stava battendo più forte dei pistoni, come le ho fatto constatare guidando nel petto la sua mano con la mia (ooooccccristooo che contatto), e l’eccitazione fisica non seguiva quella mentale solo perché tutto il mio sangue era affluito nelle arterie superficiali della calotta cranica per refrigerare quella porzione di cervello già proiettatasi in un viaggio caldo e voluttuoso, tra l’altro nella convinzione di spingersi ben oltre le colonne d’Ercole dell’immaginazione per ritrovarsi invece nel mare quieto e tristemente confortante dell’immaginario.

<< Davvero non so come ha fatto a capirlo! >>   ho ribadito dopo un’altra mezz’ora, quando lei, con una voce il cui tono codifica appieno l’educazione e la compostezza che la caratterizzano pur trasudando nelle vibrazioni un ardire e un ardore fino a quel momento inauditi, dice che se proprio dovesse farlo (…) esprimerebbe un complimento sincero per le mie mani, che sono la prima cosa che guarda in un uomo. Oooooooccccccristoredentore daje giù di refrigerazione cranica, che però stavolta rischia di essere inefficace, in parte perché il sangue inizia anche ad affluire altrove, in parte perché in parallelo è ora in attività anche un’altra parte del cervello, quella ipertrofica dedicata alle pippe mentali, che sta lavorando sodo per farmi evitare, fornendone al contempo tutta una serie di giustificazioni apparentemente morali e vagamente etiche, di accostare la macchina e baciarla violentemente (in realtà potrei anche non accostare la macchina, penso razionalmente). Dentro il mio petto c’è una roda de samba in corso e ho una voglia matta di condividere con lei questo ritmo. Non vedo altro modo di farlo se non mettendo in contatto le mie labbra con le sue, lasciando che le vibrazioni si trasmettano e ci aggrediscano fino a farci dischiudere quel morbido punto di contatto, come una diga che viene aperta quando il torrente arriva impetuoso.

Ma….complici i lunghi anni, secoli, di castrazione psicologica prettamente cristiana, strozzo colpevolmente questa frenesia, scatenando un “Ma perchéééé?” interiore che si palesa con una vampata calda in volto. Conservo tuttavia il desiderio in petto, alimentandolo con il calore dello sguardo di lei su di me e dovendolo quindi controllare mantenendo attiva la refrigerazione, il cui funzionamento implica però che io non parli più. Le energie che mi rimangono a disposizione vengono investite sulla ricerca, tramite occhi fisici e satellitari, di stradine secondarie con qualche tratto campestre ed al contempo accogliente, attributi che però fanno protrarre la ricerca per lunghi minuti. Lei nota il mio cambio d’atteggiamento e chiede delucidazioni, con una frase di cui ricordo solo il movimento delle labbra. La voce però c’era e portava con sé un carico di sfrontatezza e di inesplorato grazie al quale un dèmone interiore di incerta ma benedetta natura, rifila una gomitata ad una pippa mentale appena sfornata e mi concede, ma solo in prestito, l’uso della parola: “vado in ansia quando non dico o faccio quello che vorrei dire o fare”. Io avrei finito, avendo appena svelato una profonda ed incontrovertibile verità, ma lei attende ancora che io finisca, ed è cristallino che in quel momento non solo lei, ma anche una buona parte di me e di certo l’universo intero si sta chiedendo “ma che cazzo vorresti dire o fare quindi?”. Però sono stanco che qualcuno si aspetti qualcosa da me, anche se si tratta solo di finire una frase e allora, prima ancora che tutti questi pensieri possano prendere forma e posticipandone quindi la formulazione a questo momento di scrittura ormai retrospettivamente innocuo seppur essenziale, anticipo tutti incluso me stesso affermando: “Ho una gran voglia di baciarti”.

Intermezzo: so che dire ad una ragazza che ti piace di avere voglia di baciarla è una cosa normale, scontata, banale, ma non per me. Tra l’altro, trattasi di esplicita dichiarazione di guerra alla porzione di cervello eticamente e moralmente pipparola che in quel momento stava suggerendo che quando io iniziavo a farmi le pippe (non quelle mentali), l’oggetto del mio desiderio momentaneo ancora doveva nascere.

Fatto sta che questa bomba mi esce pure con uno sguardo assolutamente non preparato ma nudo e intenso, e pure ricambiato appena prima dell’imbarazzo di rito. Da quel momento lei inizia (o forse continua) a guardarmi quando io non la guardo (ma la vedo o comunque percepisco i suoi occhi su di me), con un ghigno che le serve a mostrare la sua sorpresa (tuttavia non troppo contrariata) e che rende ancora più vive le sue labbra, disegnandone un profilo nuovo e pressoché irresistibile. Eppure resisto (! ecccchecccazzo #nuncelapossofa) e allora il mio desiderio si vede costretto ad elaborare un’altra strategia e cambia forma: esce dal petto, elude la calotta cranica e si solidifica in quel metro cubo che separa me da lei addensando l’aria all’interno del parabrezza. E lei, come un animale che percepisce l’arrivo della pioggia solo dall’odore caldo del vento che anticipa la petricore, avverte i cambiamenti che stanno avvenendo dentro l’abitacolo e afferma qualcosa riguardo ad un’attrazione magnetica, tangibile. Io muovo le mani nell’aria densa, come per afferrare quella sensazione e sblatero di non farci vincere dall’imbarazzo, di non accantonarlo perché è pure lui un’emozione e come tale va vissuta, va chiamata per nome, va ospitata.

Ooooooocccrisssstosupremoredentore che pienezza, che consapevolezza, che lungo viaggio in quell’istante!

Continuo con lo sguardo a cercare un altare sbrecciato per il sacrificio al dio Luca, ma la strada è troppo scorrevole e anche le deviazioni potenzialmente buone sfilano via dietro di noi. Una inversione sarebbe una manovra troppo artefatta, perderebbe di naturalezza. Ma anche la naturalezza perde di naturalezza se protratta troppo e l’idea di darle un bacio dopo aver imboccato uno stradino inizia già a diventare retorica, noiosa, già vista, quasi già vissuta.

Nel mentre che già ricordo con dolce nostalgia quell’attimo ancora mai vissuto, mi devo accodare ad un semaforo. Rosso. Tante macchine davanti. Pure un apetto che sicuramente rallenterà la ripartenza, certo, e comunque mi tengo bene sulla destra.

Mi libero della cintura.

Accorcio la distanza che mi separa dal desiderio.

Quando gli sguardi si incrociano le labbra hanno già trovato la loro strada.

ooooooccccristoredentoredituttiicieliediquestabenedettaterra siiiiiii. Che bbbotta.

 Il “tu sei pazzo” sussurrato mentre alcune macchine ci sorpassano sa di compiacimento e forse di ringraziamento. La luce verde sulle nostre teste mi ricorda che sono in viaggio, sempre. Bene, ora la questione mi sembra più chiara, le premesse sono state argomentate e la refrigerazione non è più necessaria (perlomeno per la scatola cranica).

Alla prima stradina svolto.

I protagonisti

Identikit dell'albero

 

Identità 001/L273/FG/16
Regione Puglia
Provincia Foggia
Comune Torremaggiore
Località via Luigi Enaudi
Latitudine 41.69104
Longitudine 15.30698
Quota 115 m slm
Genere Quercus
Specie Quercus Ilex L.
Nome volgare Leccio
Contesto Urbano
Altezza 15 m
Circonferenza 350 cm
Criteri Età
Circonferenza
Altezza
Ampiezza
Forma o portamento
Valore ecologico
Rarità botanica
Architettura vegetale
Valore paesaggistico
Valore storico

 

Melania è una ragazza nata e battezzata a Santa Maria Capua Vetere, in direzione della quale mi recavo per questioni di lavoro. Blablacar ci fa condividere la tratta, come già tentato in passato. Sono infatti sicuro che Melania mi avesse già contattato in occasione di qualche mia trasferta ma poi non se ne era fatto nulla chissà perchè (forse avevo fatto il coglione già nei messaggi per prendere accordi, o forse non ero più dovuto partire, pur avendo comunque fatto il coglione già nei messaggi per prendere accordi). La mia memoria (e quella di Blablacar non mi aiuta a risolvere il dubbio) tenta anche di farmi credere che in realtà quel viaggio si era fatto! ed era stato esattamente come temuto. Ma di certo all’epoca non era così temuto. Lei era una ragazza (anzi ragazzina) convenzionale e io un coglione convenzionale che cercava di fare colpo. Insomma, se quel viaggio c’è stato, col senno di poi deve essere stato davvero penoso, anche se col senno di prima era stato probabilmente un’esperienza indimenticabile (poi dimenticata).

Questo mi rende più sereno nell’affermare che questo viaggio è indimenticabile. E magari fra qualche anno sarò pure in dubbio se l’ho fatto davvero o meno.