Rimasi nel mio angolo a consumare quadretti di cioccolata e a sorbire sporadiche sorsate di succo d’arancia. Mi sentivo solo, ma per una volta almeno si trattava di una solitudine delicata, addirittura gradevole, perché, anziché manifestarsi contro uno sfondo ilare e amichevole di quelli in cui patisco fortemente il contrasto fra il mio umore e l’ambiente circostante, questa trovava spazio in un luogo dove tutti erano estranei, dove le difficoltà di comunicazione e il bisogno d’amore frustrato sembravano riconosciuti e brutalmente celebrati dagli arredi, dall’architettura e dalle luci.
E con la solitudine affiorò il ricordo di alcune tele di Edward Hopper che, nonostante il vuoto rappresentato, non offrivano affatto una visione desolata ma consentivano anzi allo spettatore di prendere atto di un’eco della propria sofferenza, spogliandola così di una soffocante sfumatura persecutoria. A volte sono proprio i libri più tristi a consolarci della nostra tristezza, ed è in una sperduta stazione di servizio che dovremmo recarci quando non abbiamo nessuno da abbracciare o da amare.
Se nella stazione di servizio e nel motel troviamo una certa poesia, se ci sentiamo attratti dall’aeroporto o dai vagoni di un treno, forse è perché, nonostante la scomodità e i compromessi architettonici, nonostante la luce cruda e i colori abbaglianti, riusciamo a intuire che questi luoghi isolati offrono uno scenario concreto alternativo alla facilità egoista.
Flaubert a Louise Colet, agosto 1846: «Quel che mi impedisce di prendermi sul serio, anche se ho lo spirito piuttosto grave, è il fatto che mi trovo molto ridicolo, non di quella relativa ridicolaggine che fa la comicità teatrale, ma di quella ridicolaggine intrinseca alla vita umana di per se stessa e che balza fuori dall’azione più semplice o dal gesto più comune. Per esempio mai mi faccio la barba senza ridere, tanto la cosa mi pare stupida. Tutto questo è molto difficile da spiegare…»
2. L’ESOTISMO DELLA CACCA D’ASINO
«Ieri siamo entrati in uno dei migliori café del Cairo» scriveva Flaubert qualche mese dopo l’arrivo nella capitale, «e insieme a noi là dentro c’erano un asino che cagava e un gentiluomo che pisciava in un cantuccio. Nessuno trova la cosa strana, nessuno dice niente.» E, agli occhi del francese, era giusto così.
Punto centrale nella sua filosofia era che noi esseri umani non siamo semplici creature spirituali ma anche creature che pisciano e cagano, e che dovremmo quindi integrare nella nostra visione del mondo le ramificazioni di questa cruda realtà. «Non posso credere che, fatto com’è d’argilla e di merda e attrezzato d’istinti più bassi di quelli del porco o del pidocchio, il nostro corpo contenga alcunché di puro e immateriale» diceva a Ernest Chevalier. Il che non significa che siamo privi di dimensioni più elevate, ma che il moralismo e l’ipocrita sicurezza dell’epoca avevano stimolato in Flaubert il desiderio di ricordare a tutti le impurità proprie della razza umana. E, occasionalmente, di prendere le parti dei pisciatori da bar – quando non dello stesso Marchese de Sade, campione della sodomia, dell’incesto, dello stupro e della pedofilia. («Ho appena letto un articolo biografico su de Sade scritto dal [celebre critico] Janin» riferiva a Chevalier «che mi ha colmato di repulsione – repulsione per Janin, inutile dire: il quale difendeva la moralità, la filantropia, le vergini deflorate…»)
Ciò che Flaubert trovò e salutò con gioia nella cultura egiziana fu la disponibilità ad accettare la dualità della vita: merda-mente, vita-morte, sessualità-purezza, sanità-follia. Nei ristoranti era possibile ruttare di gusto, e un bimbetto di sei o sette anni che un giorno lo incrociò per le vie del Cairo gli rivolse questo saluto: «Le auguro ogni fortuna, signore, soprattutto un cazzo lungo». Flaubert non fu certo il solo ad accorgersi di tale dualità; anche Edward Lane la notò, solo che la sua reazione fu più simile a quella di Janin: «In Egitto persone di ambo i sessi, e di ogni estrazione sociale, indulgono in conversazioni di natura licenziosa; persino le donne più rispettabili e virtuose. Sovente si odono da persone perfettamente colte espressioni così oscene da esser degne solo del peggiore dei bordelli; e, senza rendersi conto della loro indecorosità alle orecchie degli uomini, le donne più nobili nominano cose e parlano di argomenti che la maggior parte delle prostitute del nostro paese si asterrebbe anche solo dal menzionare».
Qualcuno ha notato la danza delle nuvole morte quando ieri sera il sole le ha abbandonate e il vento dell’ovest è giunto a sparpagliarle come foglie secche?»
1º novembre: Mattinata vermiglia, tutta ondate di delicato rosso scarlatto, più intenso ai bordi e che sfumava nel porpora. Grigi lembi di nuvole basse, lentamente sospinte dal vento di sud-ovest, montagne di cumuli grigi – tra i lembi e i cirri – all’orizzonte. Ne è venuta una giornata splendida… Porpora e azzurra in distanza e opaca di sole sugli alberi vicini, sul verde dei campi… Notare l’effetto squisito delle foglie dorate sparse nel cielo blu, e l’ippocastano, piccolo e sottile, scuro contro simili stelle.
3 novembre: Alba porpora, timida, delicata. Banchi di nuvole grigie, pesanti verso le sei. Poi la nuvola illuminata e porpora che trapela dietro di esse, più in alto il cielo aperto giallo chiaro – lembi di basse nuvole grigie e più scure che lo attraversano di sbieco, da sud-ovest – veloci, ma senza scomporsi, sino a svanire. Il tutto si espande in un cielo di scaglie di luce ottone su grigio – e muta in mattinata grigia.
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