La miglior cosa da fare stamattina
per sollevare il mondo e la mia specie
è di stare sul gradino al sole
con la gatta in braccio a far le fusa.
Sparpagliare le fusa
per i campi la valle
la collina, fino alle cime alle costellazioni
ai mondi piú lontani. Fare le fusa
con lei – la mia sovrana.
Imparare quel mantra che contiene
l’antica vibrazione musicale
forse la prima, quando dal buio immoto
per traboccante felicità
un gettito innescò la creazione.
Le torri della edificata città, le strade
le corsie, le antenne, le rotaie, le gallerie
della metro. Tutto tentava un’esistenza
lontano da voi. Tutto falliva. E torno qui
dalle contrade, dalle muraglie altissime
vetrate, dall’incessante rombo, vetture sigillate,
ruote, cose metallizzate senza la pietà
senza tempo di respirazione o compassione.
Eccomi a voi, anime grandi verdeggianti
mute creature che albergate una infinità
di vite piccole, e respirate, come noi.
Facce stanchissime in metropolitana
gente che nei passaggi cammina con urgenza
vuole tornare a casa. E togliersi le scarpe
stare in pace. Ma non c’è pace lontano
dalla terra nuda. Non c’è riposo
se il cielo non si vede. Si cresce allora
qualche piccola pianta sul balcone.
Si tiene accanto un gatto un cane un canarino
qualcosa che connetta la persona
col respiro piú grande del pianeta.
Lo so alla perfezione: sono infelice
lontano da voi – che crescete
lentamente. Vi riconosco alleate.
Guardiane che tenete
in vita le nostre vite.
Parco di Ibirapuera – San Paolo
La primavera lancia frecciate
dal cuore dell’inverno.
Sono boccate tiepide le sue
dentro un’aria di vette.
La primavera promette
che verrà. Asciugherà le ossa
strette dal gelo. Farà quel suo lavoro
d’incantatrice. Legherà terra e stelo
ogni vagina alla matrice
di fecondità, ogni seme
sarà dotato di forza lanciatrice
e centrerà l’aggancio
e crescerà.
Si trema, per contentezza e per mistero
dentro l’orto, si infilano le mani nella terra
inginocchiati si adora, senza saperlo,
e l’acqua è sostanza che risveglia
cresce e ristora. Quanta luce nell’orto –
quanta notte. Ogni stella di questo emisfero
passa sull’orto.
Stan trapassando – i giacinti –
vanno nella scomparsa.
Un odore smielato
precipita le forme
e tutto vira verso qualcosa
che ancora è fiore – ma guastato
in una discesa verso l’indistinto
della terra. Noi amiamo
quel punto di salute d’ogni stelo
il turgido dei fusti – il pieno del colore.
Amiamo qualcosa che non resta.
Niente resta – tutto appare
e si rimpasta per tornare.
E il putrame carico d’amore
tesse insieme alla stella
al ronzare, alle vulve della foresta.
Una nuvola d’aprile
passa nel cielo
lenta e un po’ sfilacciata
tutta sola nell’aria celeste
tutta bianca e slargata
e passando sfinisce svanisce
diventa dapprima un ciuffetto
poi appena un velame
poi piú niente di niente
abdica
obbediente
al reame dell’aria
chiara.
Febbraio dice
parole di tramestio nelle tane
e in ogni radice cresce
un formicolío di valvole accese.
Ascolta. Una cocciutaggine d’intesa
prelude piano piano la ripresa
il perdifiato dei fiori. Saranno qui
fra poco. Di nuovo nuovi. Intatti.
Scandalosi.
Un meccanismo ingordo
sbandava tutte le ore e la mia mamma
si sciupava strofinando negli anni
che la azzoppavano.
Ci volevano gambe per lei e spinte
alle ruote di ferro che la portavano.
La mamma affogava nel tempo
lasciava pezzi di abilità
e ingegno e memoria, tutto
sbriciolava lento, si allagava
la mamma, spettinata come non mai
si dileguava in parte in parte
ogni giorno diluiva il suo essere lei
nell’indistinto della specie.
E io accompagnando quel suo
disimparare il mondo
studiavo l’ultima scena
recitando con lei. Il finale
quando il figliolo viene confuso
con tutto il resto e nessun nome
ha piú aderenza. Imparavo
che sotto il nome c’è un buco
una distanza di secoli, resta il bambino
dentro la mamma, col suo faccino
senza crescita e quello cerca, lei,
quell’eterno fecondo del suo ventre
quando aspettando rideva.
Preghiera a sua madre perché muoia
Tu drappeggi dentro ore lunghissime
e un immenso niente ti pondera
tu ricorda un infinito
e le sue stelle. Ricorda
mamma, e non avere paura adesso
che la tua pelle s’è fatta
di velo, e una carezza la strapazza
non avere paura
non andare nel fondo
dove il decubito guasta ogni fiore
e si apre la carne in fessure
e slabbri d’orrore.
Gesú non sa niente di questo
essere vecchi – non sa
lo spavento lungo e un martirio
al rallentatore. Muori ma’,
muori stanotte dolcemente,
fra un respiro, fra i sogni,
e non restare nella carne
non intrattenerti ora, non distrarti
da questo andare imminente
tu sorridente mia, tu dolce,
tu signora allegra che non scendi piú le scale
e la notte non puoi alzarti dal letto
e andare a fare pipí – tu
cascatrice favolosa che ti fai solo un graffio
e cadi cosí spesso da quel tuo vacillare.
Vola – sali – vai in quel posto
che non sappiamo. Diventa luce ma’.
Per me diventa il gran buco del mondo
la scomparsa figura piú grande.
Sono pronta.
Tu discendi con una grazia imbattibile
tu vai giú aggiustando i capelli
e cadi come per cogliere fiori
e chiami per la buonanotte
e hai quel sereno dei savi
e dei folli e d’una infanzia
che solo adesso ti godi.
Muori, mammina. Non restare fra
gli spini del tempo. Muori senza dolore.
Non ti attardare
rendi familiare la morte
col tuo abitarla, porta di là
l’immenso femminile
che nello specchietto componi e sbirci
per una voglia di essere fiore
o la fanciulla che si addobba
per lo sposo. Reginella,
svaporata bella signora
che siedi su rotelle come su un trono
di cioccolato, e ancora ridi
e senti il bene e la vita tu l’hai passata
con passetto di danza, canticchiando
Carmen o Norma. Ma’ –
diventa immensa. Tutto diventa.
Canta nel vento. Ridi con ogni foglia
e fai quella luce dei fiori.
E stenditi come la notte
quieta, immensa, eterna.
Tutta terrestre materna luce.
Si può, sai, stando qui
stando molto fermi
sostenere una stella. Si può
dire alla foglia di cadere quando è ora
e il frutto pilotarlo alla maturazione.
Si può, credi, festeggiare ogni onda
scandire i fili d’erba e nominare
nell’aria il bene. Spingere il bene alle contrade
pacificare spiriti di guerra. Sostenere
la fiamma di ogni focolare nelle cucine
piccole del mondo, nei tuguri portare
la fiammella che trasforma in mangiare
i frutti della terra. Tenere l’acqua
nella trasparenza. E ferma la montagna
senza vacillare.
Stando molto fermi
si può adorare. Si può entrare
nel dolore di un altro e sollevare,
asciugare il bucato. Volare. Si può
far cuore col cuore della terra. Si può
spezzare in infinità l’umana particella
di carne. Scatenare il potenziale atomico
che sta in ogni scaglia
della nostra pelle. Festeggiare da lí
la presente – nostra – eternità.
Stando zitti e fermi è come dire
ecco, ingravidatemi. Dirlo alle forze
dirlo alle stagioni, al cielo, alle popolazioni
invisibili dei mondi.
Si fa un atto di fede, stando fermi.
Si dice: credo in ciò che non si vede,
so che non sono sola adesso
in questa camera senza nessuno,
so che nel vuoto apparente
c’è una corrente feconda, una mano
che guida la mia mano, una mente
di creazione. So di non sapere
il mistero del mondo e di preservarlo
per la fecondazione d’ogni vivente.
Stando molto fermi si crea una fessura
perché qualcosa entri e faccia movimento
in noi, e ci lavori piano, come capolavoro
da ultimare, a cui l’artista ignoto fa un ritocco
con ispirata mano, quasi demente
tanto è forte la spinta e delicata
la certezza del tocco.
Si festeggia la gran potenza
che esalta il sole nella sua prestanza
e lo depone ad occidente
nell’ora stanca – quando ognuno guardando
prova una leggera indicibile pena.
La luce entra allora
anche nella piú tetra delle notti
e l’occhio chiuso può contemplare
dal buio immenso del corpo
dove il respiro si spande.
E l’aria entra ed esce
a lente calme sorsate. E l’aria
è cielo. Cielo che viene a noi,
con particelle di cosmo, antiche polveri,
fiato di tutto ciò che è stato,
e del presente e vivo esserci.
Stando molto fermi
il pensiero si spande
con le sue spire incantate
sorge si gonfia
in rivoli e pianure allagate, in rovi
in labirinti spaccati
catapecchie greti radici quadrate.
Ecco il pensiero, il divoratore.
Stando fermi lo si può lisciare
e pettinare e farlo stare giú
steso e sospeso e riposto e composto
un po’ arretrato
in sottofondo – depotenziato –
Tutto il presente esplode
stando fermi.
Il nome si deposita sul fondo.
Il cognome è un aggeggio antiquato.
Nessuno spinge o preme
niente s’affretta niente è lontano.
È finito. Ciò che è lontano
è finito. Stando fermi.
E poi si fa concerto
col corpo planetare, con le sfere
celesti col musicale silenzio delle cose.
Stanno piú zitte le cose stando fermi.
Resta un palpitare. Tutto pare risponda
a un direttore nascosto, non umano,
silente, geniale. Stessa partitura secolare
d’orchestra.
Stando molto fermi anche un cucchiaino
con la sua piccola ombra schiacciata sotto,
porta una dose abbondante di mistero
col mondo capovolto nella nicchia.
Anche una tazza un asciugamano un latte
una scatola di puntine, un libro, un vasetto
di crema per le mani. Stando fermi è strana
piú strana la costellazione di cose sul tavolino.
La fissità si tende ed è chiaro: l’enigma
non si scioglierà.
Questo abbiamo fatto
acciaio e carta. Tessiture di fili e di sostanze
e questo siamo. Ultimo abbozzo
prima dell’umano.
Ma se picchietti e stai china
e non permetti al corpo di impastare
la giocondità sua con le alte sfere
quel suo essere antenna
d’ogni vastità, quel suo –
se non permetti al corpo di annottare
agganciando propaggini di stelle
bastioni gonfi di altura
l’essenza vegetale dei mondi
la palpitante stasi delle sfere celesti
se resti tutta terrestre affaccendata
a trapuntare, a dare nomi e maniere
se resti affaccendata interamente
se non alzi la faccia a ciò che in cielo
danza e si muove. Férmati ora.
Lascia al corpo quel suo dialogare
con le lontananze. Lasciati lavorare
dal cielo. Dalle piante. Dal molto
che non conosciamo eppure guida l’animale
nella sapienza nelle circostanze.
Senti quanto gigante una forza che tace
opera, è modellante, tiene in vita
sprigiona sposta fruttifica indura
smotta feconda fertilizza preme scoppia
vola, sbatte, splende, piove.
Senza di te procede piú grandiosa
ciò che chiami vita. Piú facilmente
replica nel lombrico e nell’ala
nelle uova infinite o nella foglia.
Dappertutto attecchisce s’ingravida
si sgrava. Nasce e muore placidamente.
Come guidata o sapiente in modo universale.
Sconfinata.
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