Questa libertà
Ci sono parole senza corpo e parole con il corpo. Libertà è una parola senza corpo. Come anima. Come amore. Parenti dell’aria e quanto l’aria senza confini definiti, resterebbero puro suono se abbandonate alla vaghezza dei rotocalchi o dei talk show. Hanno bisogno di qualcuno che presti loro la sua carne, il suo sangue e i suoi limiti perché diventino concrete. Di versarsi in un corpo che si faccia vaso perché ne possano assumere la forma e la storia. E poiché ogni corpo è diverso dall’altro, queste parole respirano diversamente a seconda dell’individuo cui vanno incontro. E, se ogni individuo è un inizio e una fine con una storia in mezzo, sono parole che hanno bisogno di essere raccontate.
L’uomo che viveva con le porte aperte
C’è una porta socchiusa su una bella mattina di settembre, con il cielo fresco e con la luce entra l’odore buono dell’erba, perché stanotte è piovuto e adesso ogni fibra comincia a scaldarsi e lascia nell’aria il sapore di terra bagnata. Il giardino sono pochi passi poveri di fiori e vanno dalla mia mano che scrive a una siepe, metà in luce, dalla parte della strada che esclude, metà in ombra, dalla parte del prato che accompagna il mio sguardo. Un solo vaso di begonie accanto alla porta, un’ortensia ai piedi di un acero logorato dall’edera, a destra un abete e un pruno sono gli accenti di una musica minima, le note concrete che mi invitano a guardare più in là, oltre la siepe, oltre la strada, oltre due case e una magnifica magnolia dalle foglie luminose e pesanti: un sipario che nasconde appena la collina di fronte, gremita di un verde che sale e afferra il cielo.
Lo sguardo esaurisce la sua spinta dentro un azzurro senza nuvole.
Quando una persona cara scompare, la prima cosa ad andare via con lei è la sua voce, poi, ma ci vuole più tempo, sfioriscono nella memoria uno a uno i tratti del viso; solo i tratti che non contano però, perché quelli che definiscono una vita mettono radici robuste in chi li ricorda; infine ciò che permane di più sono le azioni, i gesti minuti, la condotta che accompagna il tenore di un’esistenza.
Mi dispiace di non poter riferire con precisione come fosse la voce di Silvio, posso solo dire che non era acuta e non era profonda, forse era più simile a un soffio, a qualcosa di trascinato, come quelle piogge sottili che non finiscono mai e non hanno sussulti, governata più dalle soste che dalle partenze, più dai vuoti che dai pieni, almeno queste sono le tracce dell’impressione che ne ebbi la prima volta che lo avvicinai.
Avrà respirato a lungo appena sceso dalla corriera e quell’aria lo avrà vestito di una dolce consuetudine, come una vecchia giacca che conserva la memoria di un corpo e vi si ricongiunge.
Prima di rispondermi con le parole mi rispose con lo sguardo, e dentro il verde chiaro dei suoi occhi c’era la spiovente dolcezza dei salici.
La veduta dall’alto sdegna le piccole quantità e guarda l’orizzonte negli occhi, non è parziale quindi non appartiene al conflitto, non conosce né fatica né attrito. Il verbo che la declina è “comprendere”, mentre chi vive dentro il paesaggio è costretto a declinare il verbo “capire”, e c’è una bella differenza tra questa coppia di infiniti, la stessa che separa il verbo “abbracciare” dal verbo “afferrare”.
In più, il desiderio di valicare – il piede pronto al viaggio – veniva acceso da un secondo aspetto: il colle è forato da una galleria ferroviaria e, specie d’autunno, nelle giornate umide sull’imbrunire, quando la valle faceva da cassa di risonanza, i treni diretti al Nord si annunciavano da lontano, con il suono cavo del metallo sul metallo, per poi passare letteralmente sotto ai miei piedi. Allora, venivo preso da un’eccitazione che mordeva l’inguine e correvo nel punto sotto il quale sarebbe sbucato il convoglio, ne contavo una a una le carrozze che sfilavano con le finestre illuminate e una a una sparivano dietro la svolta erbosa, i fanalini rossi dell’ultima rimasti nell’aria bruna, come un istante sospeso di concitazione.
Avrei voluto afferrare la coda di quella scia di finestre illuminate, per farmi portare lontano, dentro le battaglie del mondo, ma sempre tornavo a casa con la eco del treno dispersa in testa e un fremere sconosciuto che, ancora una volta, non aveva un nome e si chiamava passione.
Così posso dirti che sono cresciuto strattonato tra contemplazione e passione e ho portato in me due persone
riconoscersi e riconciliarsi, una astratta come un’icona bizantina, l’altra corrusca come un lavoro del Caravaggio.
Non c’è niente di più ampio dell’immaginazione dei bambini: è un cosmo che fa zampillare dal suo nero lo splendore delle stelle. Il 6 maggio 1976 alle 21.02, con il primo boato del terremoto, la fantasia di tutti i bambini friulani si riunì e si espanse come una dolente, gigantesca bolla per accogliere entro i suoi confini una nuova regione, la regione di un terrore primordiale da animali spaventati. Il presente immutabile venne scagliato in bocca a un futuro buio, privo di dimensione. Il secondo boato sollevò il solaio della grande casa che era nata con la guerra e le tegole lasciarono il tetto come uno stormo di uccelli terrorizzati, il canto di un mondo si sgretolò e versò il contenuto della sua ferita in forma di pietre macinate sul prato dov’era apparsa per la prima volta la lavatrice e dove aveva avuto compimento la fatica di mio padre.
Ogni sguardo è moltitudine
Quando si legge, un mondo viene trapiantato in noi e noi veniamo trapiantati in quel mondo: è l’incantesimo di una scrittura riuscita, senza il quale, a rigore, un libro non è un libro.
il concetto di luogo comune non è applicabile quando si scrivono versi: perché la poesia è il luogo dell’inatteso, del lapsus, dello sguardo che concepisce il mondo con la coda dell’occhio e crea un ordine di esperienza nel momento stesso in cui
l’esperienza dà forma alla poesia. Nei testi dei dilettanti, invece, lo sguardo rovescia la poesia nel suo contrario, diventa il luogo dove tutto è già stato visto, anche ciò che è ancora da vedere. Il risultato è un’innocenza che rimane al di qua dell’innocenza.
Non ne ero consapevole, ma quel giorno al mio sguardo si era aggiunto lo sguardo di Hemingway. Da allora non ho più smesso di leggere e Hemingway, nei miei occhi, non è più solo, perché se è vero che ogni sguardo porta in sé gli sguardi di chi ha amato, lo sguardo di chi legge è moltitudine.
L’uomo che viveva con le porte aperte
Note: La dolcezza dei ricordi
Il tempo che ci vuole
Note: Una lettera
Ogni sguardo è moltitudine
Note: La poesia
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